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No limits world: L´unica rivista dedicata all´ estremo
Prigioneri del Gobi

Numero 46 / Novembre 1996

Dalla Sorgente d´Argento, sei “nasi lunghi”, quattro cinesi e cinque mongoli muovono attraverso il Gobi. La “ terra senz´acqua”. La carovana è un´oasi mobile che sola permette di affrontare i percorsi più lunghi. Di giorno in giorno,di ora in ora, le dune si fanno più alte,diventano strutture a più piani alte fino a 300 metri, caoticamente aggrovigliate a perdita d´occhio.Pieni di stupore entriamo in quell mondo di sabbia, dove ogni misura si annulla. L' avanzata, sempre più a zigzag, diventa lenta e tormentosa. Ogni giorno superiamo a malapena, e con enormi difficoltà, una distanza di 10 km. Fino al punto che non si va più avanti, né indietro.

Alt! La carovana, snodata fra le dune come un millepiedi gigante, al comando si blocca. Si interrompono il suono ritmico della campana appesa al collo del camello di testa e il passo della guida. Davanti a noi si innalza una possente catena montuosa di sabbia, un conglomerato caotico di dune concatenate che ci ostruisce il camino. Helmut e io andiamo avanti alla ricerca di un passagio praticabile per i nostri cammelli sovraccarichi. Due bastoncini da sci incrociati contro il cielo significano: qui non si passa, cerchiamo altrove. Ma dove? Il cerchio delle sabbie si é ormai chiuso intorno alla carovana.Siamo prigioneri del Gobi, il deserto dei deserti, e della nostra stessa paura.

All´inizio tutto è andato liscio, secondo i piani. Il gruppo – quindici persone e trenta cammelli - si è riunito una settimana prima sul limite del deserto a Monggon Bulag ( significa Sorgente d´Argento), misero posto dove si alleva un po´ di bestiame. Formiamo un gruppo eterogeneo composto da sei europei, quattro cinesi e cinque mongoli. Helmut lo conosco bene dalle spedizioni precedenti, ed è il solo in grado di svolgere un ruolo organizzativo. Avevo già messo alla prova la resistenza di Jürgen, giornalista inviato dalla revista Der Spiegel,durante una traversata della foresta pluviale in Nuova Guinea; per la sua eccezionale conoscenza delle lingue è il più indicato a tenere i contatti con i nostri compagni locali. Poco prima di partire ho anche ingaggiato un team di tre persone per realizare un film sul Gobi e selezionato gli accompagnatori cinesi, quasi altrettanto affascinati di me all´ idea dell´impresa. Quanto ai cinque cammelieri mongoli, l´accordo è che dopo aver comprato a caro prezzo, circa 500 marchi l´una, le loro navi del deserto, alla fine del viaggio renderò loro gli animali, che cominciano subito a dimostrare il propio carattere. Alcuni sgroppano quando si tenta di caricarli con il nostro materiale: altri calciano con le zampe posteriori apenna uno di noi “ nasi lunghi” si avvicina oppure ci sputano adosso schifoso muco semidigerito.

Ma i cammelli ci sono indispensabili. Per gli uomini, la mancanza d´acqua restringe al massimo il confine del deserto.La carovana diventa un´ oasi mobile che sola permette di affrontare i percorsi maggiori. Da tempi immemorabili il cammello serve come animale da trasporto negli spazi aridi dell´Asia centrale.Le loro tracce parallele segnano le piste per cui hanno migrato carovane e popolazioni; non sempre seguivano la via più breve, ma piuttosto la più sicura fra due oasi o due punti d´acqua. La più nota è la Via della Seta.

Allora non si viaggiava come oggi contro il tempo o per l´avventura, ma solo quando era necessario per il commercio o un pellegrinaggio religioso. Le piste passavano ai margini del Gobi Alashan e anche esploratori come lo svedesse Hedin o i russi Przewalskij e Koslow, che a cavallo del secolo si erano proposti di cancellare le ultime macchie bianche dalle carte dell´Asia centrale, non si sono azzardati a entrare nel cuore sabbioso del Gobi. Così fino a poco fa l´interno dell´Alashan non era stato descritto; perfino i Mongoli che vivono nella zona lo conoscono appena. “ Vi entriamo solo per inseguire le nostre bestie e poi torniamo subito indietro sulle stesse tracce”, mi aveva detto Lao Yue, il capo cammelliere, prima della partenza. Nè sono di grande aiuto le carte disponibili: sui luoghi dove doveva snodarsi il nostro itinerario campeggia scritta “ Relief data incomplete”. D´altra parte la mia esperienza mi permetteva di supporre che non avrei corso rischi non calcolabili. Prima di questo avevo traversato non so quanti deserti; l´equipaggiamento era stato escogitato e provato nei minimi dettagli. Disponevano perfino di uno strumento per misurare la radioattivita; nonostante le proteste generali i cinesi stavano in effetti preparando nuovi test atomici un centinaio di chilometri più a ovest, nell´area di Lop- Nor.

L´esperienza già compiuta nelle sabbie mobili del limitrofo deserto di Takla Makan stava alla base della logistica. Ipotizzando temperature e altezze delle dune analoghe, ho calcolato al giorno consumi d´acqua di 5-6 litri a testa e percorsi medi di 15- 20 km in linea d´aria. Di fatto, si copre una distanza molto superiore perché il terreno obbliga a continue deviazioni. Per evitare rischi, ho stabilito di caricare sui cammelli, in taniche di plastica, tutto il quantitativi d´acqua previsto. Restavano molte incognite. Mi era chiaro che anche la piú robusta fra le navi del deserto non può affrontare un´impresa del genere senza cibo e liquidi; avremmo dovuto trovare acqua almeno due volte. Anche la nostra riserva d´acqua sarebbe bastata solo se avessimo coperto almeno 15 km/ giorno, a meno di ridurre drasticamente il consumo. E se sul percorso non si fosse trovata acqua per i cammelli, avremo dovuto ripiegare verso sud.

Alla partenza da Monggol Bulag tutta la popolazione riunita ha seguito a lungo con lo sguardo la carovana mentre affrontava l´infinita, piatta steppa spinosa.Direzione: verso ovest per 500 km. Al tintinnio ritmico della campana di Viktor, il superbo cammello di testa, ha risposto ben presto il suono di una conchiglia. Al margine del deserto, due messaggeri annunciavano il trionfo dell´insegnamento buddhista sull´oscurantismo dell´ignoranza. L´incontro inaspettato ci è apparso di buon augurio e la benedizione impartita dai due monaci buddisti certo non interferiva con i nostri progetti, anche se non sembra averli aiutati granché.

Una fiammeggiante catena montuosa chiude la via verso occidente.Vi penetriamo per un alveo dissecato che si restringe progressivamente in un canyon, finché si chiude del tutto. La ricerca di un passagio si risolve in un disastro. Con le loro zampe larghe i cammelli possono correre sulla sabbia, ma diventano goffi su terreno sassoso. Questo è anche ripido e allora alcuni animali per la paura si sdraiano a terra, altri sgroppando gettano il carico, fracassando dieci taniche e spargendo un quarto delle nostre reserve d´acqua. L´unica soluzione è tornare indietro, perchè altre perdite comporterebbero la fine della spedizione. Riusciamo a mettere il primo campo dopo aver aggirato a nord il massiccio. Deludente il bilancio: abbiamo percorso apenna 12 km in linea d´aria, e già diventa necessario ridurre i consumi d´acqua a 4 litri/ giorno per persona.

Quella notte, i carovanieri mongoli restano a lungho seduti vicino al fuoco bevendo una specie di orrida grappa che chiamo Kammelschnaps perchè la etichetta raffigura una nave del deserto. Jürgen e io ci uniamo al gruppo.La bottiglia continua a girare ma non si svuota mai … Mi accorgo che ogni tanto la rabboccano da una tanica simile a quelle dell´acqua. Ma perchè diavolo non si è spaccata, proprio quella? La nostra uscita di scena viene pietosamente protetta dal buio della notte e mi ricordo solo di aver infilato Jürgen nella sua tenda, mentre come sono arrivato io nella mia lo sa solo Helmut che però non lo racconta. Il giorno dopo Jürgen non è in grado di camminare cosí lo carichiamo sopra una cammella, traballante Don Chisciotte del deserto.

Comunque procediamo. La montagna sprofonda come un´isola nel mare e davanti a noi si ergono le prime dune. Le festeggiamo come bambini su una spiaggia. Due cinesi, Puwei e “Peter” , ne salgono una e dall´alto gridano eccitati “ ora siamo davvero nel deserto”. Senza dimostrare alcuna emozione i cammellieri silenziosi attendono l´ineluttabile. Di giorno in giorno, di ora in ora, le dune si fanno più alte. Prima quanto quelle del Takla Makan e disposte in modo che la carovana può facilmente procedure nella direzione voluta. Ma due giorni dopo le dune diventano strutture a piú piani alte fino a 300 metri, caoticamente aggrovigliate a perdita d´occhio. Pieni di stupore entriamo in quel mondo di sabbia, dove ogni misura si annulla. L´avanzata della carovana, sempre più a zigzag, diventa lenta e tormentosa. Ogni giorno superiamo a malapena, e con enormi difficoltà, una distanza di 10 km. Fino al punto che non si va più avanti, né indietro.

“Queste non sono più dune”, grido a Helmut, mentre disperatamente cerchiamo una via d `uscita, “ è un´Himalaya di sabbia”. Ora mi rendo conto che non ci troviamo in un deserto di sabbie mobili come il Takla Makan ma in un gruppo montuoso completamente ricoperto dalla sabbia e quindi con tutte le caratteristiche delle montagne, fianchi ripidi, creste affilate, burroni e gole.

Insieme alle montagne di sabbia aumenta anche la paura, e con la paura l´aggressività. Nel gruppo si discute con violenza se non sia meglio tornare indietro, finché si è in tempo.E per la via del sud, o quella del nord? Infatti, le creste sabbiose delle montagne corrono in senso longitudinale. Se ci manteniamo sulla rotta ovest dobbiamo per forza superare la catena in altezza, mentre ci giriamo verso sud o nord possiamo incontrare e seguire il solco di una valle. La deviazione a sud o il ritorno verso est sono a questo punto fuori discussione, mentre sulla via del nord si può discutere seriamente. La traversata del deserto fino alle rovine di Khara- khoto, suggestiva città sulla Via della Seta, appare un´ opzione interessante. Ma da scartare perchè si passerebbe su territorio militare, proprio dove si fanno i test dei missili. Se ci prendessero, i nostri compagni cinesi e mongoli passerebero grossi guai.Propongo di mantenere la direzione cambiando la tattica. Helmut e io abbiamo gli sci da fondo: possiamo quindi salire velocemente e risparmiando energia i 400 metri di dislivello della cresta e di lí osservare il territorio per individuare una via d´uscita. Gli altri seguiranno molto distanziati fra loro, ma sempre a portata di vista l´uno dall´altro, segnando inoltre la strada alla carovana dei cammelli mediante i bastoncini da sci piantati lungo il percorso. Cosí abbiamo più tempo per arrivare in alto e trovare il passagio, mentre i cammelli procedono al propio lento passo. Quello che spero soprattutto di evitare è di infilarci in un passaggio a fondo cieco.

Ma tra il dire e il fare ce ne passa. I cammelli abituati alla pianura non riescono a seguire la nostra traccia e i cammellieri, a disagio su un terreno simile, non riescono a guidarle. I carichi finiscono a terra, qualunque animale scappa e va ripreso. Di nuovo in una giornata totalizziamo appena una decina di chilometri in linea d´aria. Quanto a me, nonostante la difficoltà di trovare il passagio secondo l´impegno assunto, provo un sconfinato senso di libertà nello spazio e nel tempo. Mi trovo in un mondo ridotto a due soli elementi: la sabbia, prodoto finale dell´ambiente. E il profonfo cielo azzurro. Qui le persone reagiscono diversamente: per alcuni restare isolate dalla carovana in questo luogo di vastità oceanica e privo di qualunque suono costituisce un´esperienza opprimente, io invence godo a correre avanti per ore, fantasticando immerso nel silenzio totale.

Al tramonto il deserto si trasforma nel palcoscenico di un gigantesco spettacolo naturale. La luce del sole calante illumina e infiamma la sabbia. Le ombre continuano ad allungarsi creando giochi magici sulla superficie. Rosso fuoco su un versante, nero come pece sull´altro, le dune falcate si stagliano conto il cielo. Intorno a noi tutto si contrappone in modo bipolare, luci e ombre, notte e giorno, camminare e dormire, caldo e freddo. Anche le nostre sensazioni sono esasperate.

“Entro due o tre giorni” dice Yue, “i cammelli devono bere, altrimenti muoiono”. Sembra che stia parlando del tempo, che non si renda conto del problema. “Tu conosci un punto d`acqua?”, gli chiedo.”No”, mi risponde scuotendo la testa. Mi meraviglia il fatalismo di questi uomini, che si sono fidati di un gruppo di stranieri seguendoli come lemming nel deserto ignoto.

La ricerca dell´acqua diventa la spada di Damocle sospesa sulla carovana. Al mattino dell´ottavo giorno, Jürgen sente alla radio onde corte che i cinesi hanno effettuato un nuovo test nucleare. Con potenza quadrupla della bomba di Hiroshima. Ce ne accorgiamo anche dai nostri strumenti: I valori stanno salendo. Un attimo di terrore finché controlliamo che le radiazioni non raggiungano il livello di pericolo. La mancanza d´acqua ci preoccupa maggiormente. Non c´è la minima traccia di umidità e non abbiamo idea della direzione in cui cercare. Per l´ennesima volta Helmut consulta la carta geografia e tormenta i tasti del GPS; il sistema satellitare di navigazione. Ma nessun marchingegno elettronico in questo caso può aiutarci: il GPS indica con precisione le nostre coordinate e ci dice quanti chilometri abbiamo percorso, ma né lo strumento né la carta rivelano dove si trova l´acqua.

Fra le montagne di sabbia sempre più serrate incontriamo diversi buchi a forma di cratere, imbuti con diametro fino a un chilometro. Disperati, proviamo a scavare sul fondo: ma due metri più in basso la sabbia è sempre asciutta, niente da fare. E' chiaro che specchi e corsi d´acqua segnati sulla carta nel fratempo si sono disseccati. In effeti, la falda periferica al limite del deserto negli ultimi decenni si è abbassata di parecchi metri.

Continuo a correre avanti come in trance, senza guardarmi intorno o preoccuparmi se qualcuno mi sigue. Mi lascio guidare da una sensazione precisa, l´instinto più che la testa. Mi risveglio solo quando verso nord vedo brillare due macchie bianche fra le dune: dei laghi resta solo il sale. Che risplende come un campo di neve.

“Sono certo che fra poco troveremo l´acqua”, dico a Helmut durante la sosta di mezzogiorno. Due ore più tardi incrociamo alcune tracce che a me sembrano di cammelli selvatici a nel corso del pomeriggio diventano sempre più numerose. Vanno in una direzione precisa e le seguiamo. Poi vedo un uccello librato sopra di me: è un miracolo. Adesso ne sono sicuro. Da qualque parte nelle vicinanze esiste l´acqua. Dove c´è vita, c'è acqua e viceversa.

Improvvisamente al di là della duna appare un lago, gioiello scintillante circondato da una cintura di piante Verdi come la giada. Incredulo scopro una casetta dipinta di bianco: possibile che qui viva della gente? E invece appena ci vedono ci corrono incontro e Jürgen saluta Lao Gao, il capo di casa, nella sua stessa lingua. “ É propio felice di vedere dei Nasilunghi per la prima volta nella sua vita”, traduce. Ma i più felice certo siamo noi. I cammelli possono fare il pieno al pozzo di Lao Gao e riempiamo anche la taniche quasi vuote. La sera, mentre la moglie cuoce per noi pane cinese al vapour, Lao Gao ci racconta che una volta all´anno va a fare acquisti nel villagio più vicino, una settimana a cammello verso sud. Da quando lui e la sua famiglia sono stati letteralmente spediti nel deserto durante “ la revoluzione culturale” di Mao, vivono in modo quasi autarchico in un isolamento per noi quasi inconcepibile. La loro sopravvivenza dipende dai cammelli, da un paio di capre che trovano di che vivere nei dintorni e sopratutto dall´acqua del pozzo che permette anche di coltivare un modesto orticello.

Pur avendo trovato quello che disperatamente ci serviva, l´uscita della carovana dalla valle segna il giorno peggiore della spedizione. Sull´ultimo pendio ripido verso la cresta della duna cinque cammelli per la paura si adagiano sulla pancia rifutando di muoversi. In questa situazione è facile perdere le staffe. Tirarli non serve a nulla: ordino a Yue di smetterla, mi vomita una maledizione. “ Dovresti stare di più con la carovana e trovare passaggi più adatti” critica Jürgen.

“Se conosci passaggi migliori vai avanti tu” gli urlo. Le bestiacce vengono scaricate e poi pilotate una per una fino in cima, ci vogliono ore per rimettere in moto la carovana. Di nuovo taniche d´acqua perdute. Quel giorno soltanto 6 km, e morale sottoterra.

Appena montato il campo, senza alcun preavviso arriva una tempesta di sabbia e scintille volano dal fuoco sulle tende. Queste, che sulla sabbia non si riescono a fissare, volano via. “ Spegnete il fuoco” grido, “e agguantate le tende!” Ci infiliamo dentro e la sabbia tambureggia sulla tela come grandine. Polvere finissima entra per la cuciture e le cerniere lampo, respirare diventa penoso.

Il giorno dopo la tempesta si calma un poco e ripartiamo. Nel deserto l´uomo sopravvive solo se continua a muoversi. Mascherati come Tuareg, gli occhi ridotti a fessure , camminiamo per ore contro vento. Al cambio di clima segue una brusca caduta delle temperature. Troppo presto irrompe nel Gobi l´inverno: il termometro di giorno arriva appena a 20 c°, di notte scende ben oltre il punto di gelo.Certo ,è una fortuna che di giorno non faccia caldo perchè cosí riduciamo il consumo d´acqua.

Quanto questo conti lo si vede subito. Nei giorni successive arriviamo al limite dell´immaginabile, nel dubbio se ancora ci aggiriamo sul nostro pianeta. Dune di 500 metri sovrastano minacciose noi omuncoli e la nostra pur imponente carovana sembra una linea di formiche che si snoda nell´oceano di sabbia. “Sabbione del Diavolo” battezzerà Jürgen questa parte dell`Alashan.

Quando davanti a me appare una rotonda distesa d´acqua penso a un´allucinazione: invece è propio un lago salato non segnato sulle carte. Una vera visione, questo blu profondo dei deserti, circondato da una striscia di canneto. Sulla riva la carovana raddoppia, rispecchiandosi nell´acqua perfettamente ferma che riflette anche la forma sinuose delle dune.

In seguito il panorama si addolcisce, le dune non sono più cosí enormi, uomini e cammelli sono ormai abituati al terreno e ce la caviamo meglio. Estremo diventa il clima: i carovanieri raccolgono ogni pezzo di legna per far fuoco la sera. Le notti diventano sempre più fredde. Appena il sole tramonta, la luna piena sale rossa nel cielo blu lapislazullo che sfuma gradualmente verso il nero. Al ventesimo giorno lasciamo le dune dietro di noi, entrando in un´ampia steppa spinosa. Con forze rinnovate corriamo contro il tempo per sfuggire all´inverno. Nel gruppo non c´è tensione, la meta è vicina e abbiamo la coscienza di aver compiuto un´impresa unica. Dopo la steppa ritroviamo sabbia e altre dune dove incrociamo, alta sul suo cammello, una mongola. Ci guarda sorpresa come si arrivassimo dall´altro mondo, poi si copre bocca e naso con un telo. Sembra eccessivo: davvero facciamo così paura o forse cattivo odore, dopo 23 giorni che non ci laviamo?

Qui almeno le dune sono al meglio proprio da cartolina, con belle forme femminee. Dall´alto vediamo una piana Bianca, si riconoscono alcune case, lo ostretto nastro di una strada, un´automobile che solleva polvere. Il traguardo! Provo una tristezza indefinibile, come se stessi per passare un confine incerto uscendo da un mondo di essere che mi è totalmente congeniale.Vorrei difendermi, proteggere questo senso di unità con me stesso e con il mondo. Poi arriva un´auto, si ferma, scendono degli uomini che mi corrono incontro.Vorrei andare avanti ma quelli mi tirano giù, mi abbracciano, mi stringono le mani. Alcuni di loro sono in giacca e cravatta, uno tira fuori un biglietto da visita. Mi rendo lentamente conto che il sogno è finito, dal mondo dell`Essere sono tornato in quello dell`Apparire. Alla vita.

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